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Di Danilo Ruocco
In «Il Nuovo Giornale di Bergamo», 19 luglio 2001.
Martedì scorso, nella chiesa di Sant’Agostino,
il Festival Danza Estate ha chiuso i battenti
con “Le avventure del signor Quixana” di Roberto Castello, spettacolo
vincitore del premio Danza & Danza 2000. È opportuno subito, per amore
di chiarezza, dire che “Le avventure del signor Quixana” non è uno
spettacolo di danza strettamente inteso, nonostante il torinese Roberto
Castello sia un rinomato danzatore e coreografo. Siamo di fronte,
invero, ad uno spettacolo multimediale (nel senso vero della parola),
nel quale le varie arti – i vari media –
interagiscono tra loro al fine di raccontare una storia. E così,
Castello, moderno cantastorie, racconta al suo pubblico le vicende del
cavaliere Don Chisciotte grazie all’aiuto
della parola, della musica, dei movimenti coreografici,
dell’illuminotecnica, delle proiezioni video e della computer grafic. Il
confine tra un’arte e l’altra è labile, tanto
che Castello si produce in un vero e proprio “passo a due” con
l’immagine proiettata della sua amata Dulcinea. Ma va specificato che,
ciò, è ben lungi dall’essere lo sterile sfoggio – da parte di Castello –
di una sapienza tecnica: tutto ciò che si vede è “necessario”, anzi, è
il nucleo dello spettacolo: per raccontare la mente visionaria del
signor Quixana, Castello ha costruito uno spettacolo visivo, nel
quale è più importante ciò che si vede di ciò
che si dice. Infatti, per esempio, Dulcinea – come tutto ciò che
riguarda l’hidalgo – non esiste se non nella mente del cavaliere e,
dunque, è “giusto” che essa venga mostrata al
pubblico solo sotto forma di videoproiezione. L’immagine proiettata,
però, non ha solo la valenza della follia: su i due schermi sui quali
scorrono le immagini del viaggio, a un tempo,
effettivo e immaginario del signor Quixana, spesso, infatti, vengono
mostrate, contemporaneamente, sia la realtà, sia la visione: è il caso,
ad esempio, del luogo nel quale il signor Quixana viene investito
cavaliere che, nella realtà quotidiana è un autogrill, ma nella di lui
immaginazione alterata è un castello.
L’immagine, la visione, è senz’altro il segno più forte dello spettacolo
di Roberto Castello, ma certo – come si è detto – non è l’unico segno
forte: ce ne sono, almeno, altri due: la parola e il movimento.
Entrambi sono distorti: la parola è detta con
un imbastardito accento campano e infarcita di spagnolismi, mentre il
movimento è quello non tecnicamente erudito del bambino. La spiegazione
di tale scelta risiede sia nel carattere distorto della mente del
protagonista, sia nel fatto che lo spettacolo era stato pensato per un
pubblico di bambini che, è normale, possono riconoscere ed apprezzare
maggiormente un movimento a loro familiare, piuttosto di uno perfetto,
ma per loro muto. Visto da un adulto, quel movimento infantile parla la
lingua dell’ingenua follia del protagonista.
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