|
Di Danilo Ruocco
In «Piè di pagina», nn. 4-5, ottobre-novenbre, 1997.
Si è più volte ripetuto, in questi
giorni, che il Premio Nobel per la Letteratura, conferito a Dario Fo, ha
sorpreso un po’ tutti, indignando alcuni, riempiendo
di gioia altri.
Personalmente, appena ho appreso la bella notizia, ho subito esclamato:
«Finalmente!». Finalmente il premio torna
all’Italia, dopo l’assegnazione a Montale nel 1975. Finalmente si
premia, in anni di multimedialità in continua evoluzione,
un tipo di letteratura, meglio, un esempio di scrittura - quella di Fo
per il palcoscenico - lontana da ogni accademismo; distante da quell’arte
con la “a” minuscola, per “pochi felici”, che confina i propri prodotti
negli angoli polverosi delle biblioteche meglio fornite. Non mi sto
riferendo – ovviamente – all’arte vitale di Pirandello, Quasimodo o
Montale, bensì a quella piccola arte che si crede sublime quanto più
sforna opere lontane dalla comprensione comune e dalle vendite in
libreria.
È vero, Fo non è un letterato “puro” e, proprio per questo, la scelta
operata dall’Accademia di Svezia ha una lungimiranza che stupisce, se
paragonata alla miopia di molti critici nazionali. Già l’anno scorso,
era circolata, con gran clamore, la notizia della
candidatura al Premio Nobel per la Letteratura del cantautore americano
Bob Dylan: un segnale di come, a Stoccolma, i metodi di valutazione
stiano rapidamente mutando. Ebbene,
nessuno, allora, aveva negato a Dylan, quell’accesso all’Olimpo che,
ora, si tenta d’amareggiare a Fo.
Si è, anche, più volte ripetuto che Fo, più che uno scrittore è un uomo
di teatro e, lui stesso, si definisce un attore, rilevando come sia la
prima volta che si premi un interprete e, per giunta, comico. Fo stesso,
però, in libro—intervista con Luigi Allegri,
edito da Laterza nel 1990, aveva dichiarato: «La mia crescita come
attore è andata pari pari a quella come
scrittore […] Ho imparato a scrivere sul palcoscenico con tutti i mezzi,
e, senza mai perdere d’occhio il palcoscenico, ho studiato.»; in più,
per spiegare la propria concezione dell’attore—autore, ha fatto, nel
corso degli anni, più volte riferimento a Shakespeare e Molière.
Inoltre, già il giorno dopo l’assegnazione del
premio, dalle pagine de «La Stampa», Masolino d’Amico,
sottolineava come il teatro «di cui Fo è
l’esponente più glorioso in circolazione, è il più teatro […] di
tutti.», sia per l’antico istinto affabulatorio, sia per lo stile
ironico, «carattere fondamentale di ogni espressione artistica di
questo secolo», e sia per gli argomenti presi dall’attualità che lo
pervadono, capaci di parlare al pubblico in sala.
A quest’elenco, già ricco di suo, voglio aggiungere che il neo Nobel ha
inventato una lingua (sogno di tanti scrittori), il grammelot,
universalmente compresa senza necessità, da parte dell’uditorio, di
studi particolari. Certo, il grammelot, per essere capito, ha
bisogno dell’apporto fondamentale dell’attore, del mimo; ma, non è
inutile ricordare, come ogni scrittura scenica abbia insita in sé i
“germi” dell’incompletezza. L’autore di teatro, infatti, non solo si
affida all’attore quale veicolo privilegiato
per la trasmissione del proprio messaggio al pubblico, ma chiede
espressamente aiuto all’interprete e al suo “corpo intelligente”, nel
caso volesse esprimere sentimenti, o altro, che difficilmente potrebbe
comunicare con i soli mezzi verbali. Che
senso avrebbe scrivere un copione se, poi, l’attore non fosse
assolutamente necessario, se il suo
gesto non servisse a
completare la parola?
Indubbiamente, esistono vari livelli d’autonomia di
un testo dalla sua messinscena; inoltre, vi sono opere che hanno un
elevato valore poetico intrinseco, e composizioni che non ne hanno
alcuno, ma non per questo possono essere giudicate meno adatte alle
scene. La produzione complessiva di Fo
non annovera, fatta eccezione per Mistero buffo e pochi altri
testi, dei capolavori assoluti dell’arte scenica, scritti come sono,
sull’onda emotiva scaturita dagli avvenimenti di cronaca: spesso, più
che di copioni, si dovrebbe parlare di canovacci su cui costruire di
sera in sera, tramite quell’arte dell’improvvisazione, di cui Fo è
maestro indiscusso (con questo, comunque, non sto dicendo che i testi di
Fo funzionino solo quando è lui ad interpretarli, prova ne sia che Fo è
l’autore italiano più rappresentato nel mondo). Mi pare, da quanto ho
esposto finora, che il punto sta proprio qui: l’Accademia di Svezia ha
voluto premiare un tipo di scrittura “altra” rispetto a quella
solitamente lodata, una scrittura, mi si passi il termine, “zoppicante”,
ma che è capace di correre veloce quando è animata da un attore
d’eccezione.
Non è escluso che io torni a parlare, dalle pagine di questa rivista,
dell’arte di Dario Fo, cui, ora, ho solo accennato. A chi
volesse approfondire l’argomento, ricordo che
il teatro di Fo è stato, quasi per intero, pubblicato da Einaudi.
Consiglio, inoltre, di Fo e Allegri, Dialogo
provocatorio sul comico, il tragico, la follia e la
ragione, in Laterza; di Paolo Puppa, Il teatro di Dario Fo,
in Marsilio; e di Marisa Pizza, Il gesto, la parola, l’azione, in
Bulzoni.
©
www.daniloruocco.it
|