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Di Danilo Ruocco
In «Piè di pagina», 1° bimestre, 1998.
Luchino Visconti è stato uno dei nostri più grandi registi. Nato a
Milano nel 1906 da famiglia nobile, dopo l’assolvimento del servizio
militare nel Reggimento Savoia Cavalleria e la militanza nella
Resistenza, esordì, in epoca fascista, nel mondo dello spettacolo. La
sua arte si è espressa, nel corso di quattro decenni (fino
alla morte avvenuta a Roma nel 1976), sia nel
teatro di prosa, sia nell’opera lirica, sia nel balletto, sia nel
cinema. Più d’una volta, la sua opera innovatrice si è rivelata
fondamentale nello sviluppo, in positivo, del
modo di produrre spettacolo in Italia. Chi, per motivi cronologici, non
ha potuto assistere alle sue regie in teatro, lo ha ammirato vedendone i
film. La sua prima pellicola, Ossessione, si era nel 1943,
fece scandalo, per aver mostrato sugli schermi personaggi inediti per il
cinema nazionale: una fedifraga e un sensuale vagabondo che assassinano
il marito di lei. Vittorio Mussolini, alla
fine della prima proiezione, esclamò, infastidito: «Questa non è
Italia!». Ossessione segnò la nascita del Neorealismo,
sviluppato da Visconti con La terra trema
e Rocco e i suoi fratelli. Suoi sono, anche, tra gli altri:
Bellissima, Senso, Il
Gattopardo, Morte a Venezia, Gruppo di famiglia in un
interno e L’innocente; titoli entrati, come gli altri già
citati, a buon diritto, nella storia del cinema, e nei quali lo sguardo
al mondo del Melodramma (inteso come genere teatrale), già altrove
presente, si fa dominante. Il Melodramma è, per Visconti, la sede
naturale delle passioni forti e devastanti, dei dialoghi brevi ed
intensi, della recitazione marcata, ma fatta di gesti lenti e misurati.
Si è già affermato che Visconti non ha
limitato la sua attività al cinema, ma, con uguale urgenza, passione e
successo, si espresse anche in teatro, sia in quello di prosa, sia in
quello musicale. Sue sono messinscene celebri e provocatrici come (non
se ne nomina che alcune) Parenti terribili di Jean Cocteau;
Adamo di Marcel Achard; Zoo di vetro di Tennessee Williams;
La locandiera di Carlo Goldoni, Uno sguardo dal ponte
di Arthur Miller; Il giardino dei ciliegi
di Anton Čechov; La monaca di Monza di Giovanni Testori… Del
teatro d’opera va detto che, appassionato della musica di Verdi,
Visconti ne mise in scena opere celebri come La traviata, Don
Carlo, Macbeth, Il trovatore, Falstaff e
Simone Boccanegra. Altri compositori frequentati dal regista furono
Bellini, Mozart, Gluck, Spontini, Donizetti…
Cristina Gastel Chiarelli, nipote per parte materna del regista,
nel suo Musica e memoria nell’arte
di Luchino Visconti, edito da Archinto, riesamina l’attività
viscontiana alla luce dell’uso che l’artista fece, nelle sue
produzioni, della musica. Egli non pensò alla musica come ad un mezzo
espressivo secondario, di contorno, ma, assieme a scene e costumi, ne
fece una coprotagonista degli eventi da lui realizzati. Con la musica
esprimeva i sentimenti intimi dei suoi personaggi; creava un ambiente e
resuscitava un’epoca. Il libro della Gastel
Chiarelli si divide in tre parti: la prima esplora il teatro di prosa,
in modo, a mio avviso, un po’ superficiale; la seconda percorre le vie
del Melodramma, con sapienza e in modo particolareggiato, mettendo in
rilievo soprattutto il rapporto lavorativo che unì Visconti alla Callas
(cui la saggista aveva dedicato una biografia) e che fu proficuo ad
entrambi; la terza, infine, perlustra il mondo del cinema.
L’autrice del volume, mette in mostra i legami che unirono la prosa, la
lirica e il cinema nell’operare di Visconti che mirava alla creazione
di uno spettacolo totale, nel quale le diverse arti, compresa quella
figurativa (di cui era fine conoscitore), concorressero in modo attivo
e paritario, a tutto vantaggio dello spettatore.
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