Di Danilo Ruocco
In
«Il Nuovo Giornale di Bergamo», 8 marzo 2001.
«Ragazzi, noi tre assieme si fa sessant’anni più o meno.
Sessant’anni per morire sono pochi anche per un uomo solo. Per tre sono
veramente una cazzata…».
Così parla il partigiano Fausto (il bravo Giorgio Noè) prima
di farsi saltare in area assieme ai due nazisti che lo hanno catturato,
facendo esplodere le 4 bombe che tiene nella tasca; le 4 bombe che danno
il titolo al nuovo bellissimo lavoro di Ugo Chiti (anche regista dello
spettacolo presentato al Teatro di Colognola, all’interno della rassegna
Altri percorsi del Teatro Donizetti). E, forse, una delle battute-chiave
di tutto il testo è proprio quella pronunciata da Fausto prima di morire:
la guerra, qualsiasi guerra, è una cosa orrenda, ma ciò che la rende
ancora più orrenda è il fatto che a spararsi da una parte e dall’altra ci
siano dei giovani, coloro che dovrebbero avere altri pensieri per la
testa, primo fra tutti l’amore. Non è un caso, allora, che l’unico nazista
di cui si mostri il volto alla platea sia quello del Tenente, interpretato
dal bravo, giovane e bello Andrea Costagli. Anche per lui, soprattutto
quando studia l’italiano, il pubblico prova simpatia, perché anche lui è
un ragazzo che dovrebbe fare tutt’altro che pensare alla guerra…
"4 bombe in tasca" è un testo corale, un testo che ci dice che la guerra è
una cosa sporca, fatta di crudeltà inaudite, di orrende torture ai
prigionieri, come quelle che infligge la sadica Lily Shangai (una
bravissima Giuliana Colzi) al povero Tizzo (uno strepitoso Massimo
Salvianti), il cui cadavere martoriato sarà crocifisso al potale della
chiesa con la patta dei pantaloni aperta, perché fosse visibile a tutti lo
scempio dei genitali.
Ma si diceva del testo corale di Chiti, una coralità che presuppone delle
voci soliste come quelle degli attori già citati, cui vanno aggiunti i
nomi di Lucia Socci e Dimitri Frosali. La Socci era Silvana, la donna del
partigiano Fausto, che per dare il tempo ai compagni di recuperare il
corpo del marito, si lascia, premeditatamente, violentare dai soldati del
comando tedesco: una scena che, grazie alla bravura dell’interprete, mette
i brividi. Frosali era il Biondo, un partigiano che combatte, non perché
spinto da motivazioni ideologiche, ma per emulare Tizzo, l’amico di
sempre, l’amico che gli parla (e lo salva) anche da morto. Ma, in verità,
andrebbero citati tutti gli attori dell’Arca Azzurra Teatro, impegnati con
uguale valore a far vivere il testo di Chiti. L’autore toscano ha
costruito un testo che non solo – come si è detto – è corale, ma che è
tutto di parola; un racconto che si fa azione, un’azione in cui è,
comunque, la parola a giocare un ruolo di assoluto primo piano. Da
segnalare anche l’impianto scenico di Daniele Spisa: una serie di nere
quinte mobili che scorrono su binari ad aprire varchi nella memoria
(quella collettiva).