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Paolo Bosisio: "Il teatro di Goldoni sulle scene italiane del Novecento"

Di Danilo Ruocco
In «Abbiatense. Il nuovo settimanale», n. 28, 19 novembre 1993.

Da parecchi anni Paolo Bosisio (Milano 1949) è un attento studioso del teatro (drammaturgia e spettacolo) Sette-Novecentesco. Il saggista, in questo ottimo lavoro, analizza dettagliatamente alcune soluzioni registiche operate su testi di Goldoni, scegliendo quelle da lui ritenute esemplari alla delucidazione delle diverse "maniere" adottate per l'allestimento delle commedie goldoniane. Lo storico sottolinea, inoltre, come l'opera dei nostri migliori registi abbia sovente influito positivamente su quella dei critici, rivelando nuove e più significative chiavi di lettura dei lavori goldoniani. Non è, dunque, questo, un libro di cronache teatrali, ed è anche lontano dall'essere un saggio che si rivolga solo agli specialisti: può, invece, essere letto con facilità da coloro che provano interesse per il teatro.
Bosisio divide la materia esaminata in cinque capitoli, in cui scandaglia ogni aspetto degli spettacoli trattati. Nel primo, illustra quella che definisce la «tradizione interpretativa apocrifa» che imponeva ai realizzatori degli spettacoli goldoniani, dalla fine del Settecento, al primo Novecento, di agire in scena come se stessero danzando.
Il Settecento, per loro, significava cipria, merletti e mossette. In più i testi del commediografo venivano ritagliati e raffazzonati dal mattatore, perché mettessero, così, maggiormente in risalto le sue particolari doti interpretative. Una delle cause principali di questa impropria tradizione ballettistica, viene individuata dal saggista nel trasferimento a Parigi di Goldoni, che aveva sempre seguito personalmente gli allestimenti dei suoi testi, in un momento sfavorevole al realismo voluto con la sua riforma: riscuotevano grande successo le Fiabe teatrali del suo nemico Carlo Gozzi.
Nel primo Novecento, oggetto del secondo capitolo, si rivaluta Goldoni, precedentemente utilizzato dalle compagnie dialettali come autore di repertorio. Molto si adoperò Baseggio, che, però, rimane legato alla vecchia maniera. È a Giorgio Strehler che «spetta la paternità dello spettacolo con il quale si inaugura la nuova stagione scenica del teatro goldoniano».
Il terzo capitolo, quindi, illustra il recupero dei modi della commedia dell'arte operato tramite l'Arlecchino firmato dal regista del Piccolo Teatro. Quella dell'Arte è, insieme al realismo, una delle due strade percorse dai registi. Sarebbe errato, avverte lo storico, equiparare il ritmo proprio ai testi pre-riforma, con quello che la tradizione ballettistica voleva per tutti i testi indifferentemente. Il realismo (quarto capitolo), si impone con La locandiera di Visconti, e con i nuovi spettacoli di Strehler.
Si tratta, però, di due modi differenti di intendere il realismo. Con questo filone si confrontano, portando alla luce il fondo di malinconia che esiste nelle commedie di Goldoni, tutti i maggiori registi contemporanei, pur secondo modalità interpretative individuali.
Nell'ultima parte vengono presi in esame le sperimentazioni che si sono condotte negli scorsi anni.
Il volume è corredato dallo splendido materiale iconografico ricercato da Alberto Bentoglio.
Non si può non concordare con Bosisio quando afferma che attraverso la storia degli allestimenti goldoniani, si può leggere, almeno in parte, la storia della regia in Italia.

© www.daniloruocco.it

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